La vecchia continuava ad imprecare dal balcone della sua casa, nel cuore della notte, mentre il Nostro, saltando in un'automobile già in moto, si lascia alle spalle le maledizioni della poveretta.
Al volante c'è il fido compagno di sempre. D'indole mite e stazza corpulenta, con folta chioma brizzolata nonostante la giovane età. Perfetta spalla per un personaggio come Oscar: un giovane che molti potrebbero etichettare come fanfarone forse, ma si fa sempre fin troppo presto a dare giudizi.
Alle prime luci dell'alba, salutato il taciturno compagno dopo essersi vantato mai abbastanza delle sue gesta, evidentemente alterato, Oscar si avvia verso l'ingresso di casa. Nei pochi metri che lo separano dall'uscio gli sembra di udire un flebile rantolo, un verso, o meglio un cinguettio straziante. Un pettirosso con un'ala ferita. Nonostante Oscar non sia mai stato un buon samaritano, prova da subito empatia per il volatile in difficoltà e gli presta le prime cure.
I genitori del nostro protagonista sono due individui che definire “sopra le righe” può sembrar riduttivo. I rispettivi ruoli familiari sono invertiti ormai da tempo. Lui, un grassone bontempone calvo e con la mania di travestirsi, esercita in casa, per di più in nero e con alterna fortuna, il dubbio mestiere di cartomante facendosi chiamare Marcella da quando il suo unico figlio ne ha memoria. La mamma di Oscar invece, donna dal carattere forte e lineamenti mascolini, coltiva interessi che poco si addicono all'universo femminile, nonostante ufficialmente sia una casalinga.
La famiglia riusciva ad arrivare a fine mese grazie ai proventi dei diritti di riproduzione, ereditati dal defunto nonno paterno (o sarebbe meglio dire materno?), sul tipico suono di campanello: “drin!” che, il padre della drag queen, acquistò per pochi spiccioli ad una fiera di paese.
Con l'avvento dei citofoni però, l'utilizzo del campanello era andato scemando ed ora toccava ad Oscar, coadiuvato dal brizzolato amico (di cui non conosciamo il nome), portare avanti l'unica forma di sostentamento familiare.
Uscivano di notte “andando per campanelli” disturbando perfetti sconosciuti dall'imbrunire fino all'alba così da incassare un cospicuo assegno mensile sullo sfruttamento dei diritti di quello stridulo suono.
Ma perché non farlo di giorno? Potreste chieder voi, acuti lettori. Beh, il fatto è che, quando non era a letto causa ore piccole, Oscar prestava servizio presso un'agenzia pubblicitaria. Volantinaggio eh, non chissà quale incarico di responsabilità, intendiamoci. Ma a lui bastava quel minimo per essere indipendente. Inoltre questo lavoro gli permetteva, seppur solo in parte, di continuare le sue mansioni notturne anche alla luce del sole. Come se non bastasse il nostro eroe era appiedato visto che in famiglia non potevano permettersi un mezzo di locomozione con le poche entrate dei diritti sul “drin!” e le offerte di qualche sprovveduto arrabattate dalla cartomante Marcella. E per questo, era dipendente dall'utilitaria demodé del suddetto “penna bianca”.
L'orologio digitale della radiosveglia segna le 11.11. Per fortuna oggi è domenica ma, nonostante Oscar possa godersi qualche ora in più di meritato riposo viene disturbato dal mormorio di creduloni riunitisi in sala da pranzo in attesa di essere ricevuti, nell'adiacente ripostiglio adibito a studio, dalla “divina” Marcella. Sfatto e frastornato il giovane si avvia verso il cucinino, passando dalla sala da pranzo, masticando turpiloqui a bocca aperta indirizzati agli sfigati avventori. Ad aspettarlo davanti ai fornelli “l'uomo di casa”, quella madre che nemmeno ci provava a cucinargli qualcosa di diverso, continuando a servirgli, come tutte le mattine, il solito brunch a base di caffè latte e polenta istantanea sempre troppo sapida.
Non si sentiva per nulla a suo agio in quella casa di matti Oscar, nonostante ci avesse provato a cambiare aria per inseguire i suoi sogni, le sue paure tornavano sempre a fargli visita, manifestandosi negli strampalati incubi che lo assillavano ma dei quali non riusciva a far parola con nessuno ad eccezione del suo unico amico.
- Ah, eccolo! La prossima volta suona il campanello, stupido! -
- Ehm, ma era aperto... - Addio tranquillità: la solita ramanzina quotidiana a spese di “Mister White”. La scena sblocca la costipazione mattutina del nostro Oscar: - Vado in bagno... non usate l'acqua calda! -
Marcella è ancora di là con gli ultimi clienti, mentre dal cucinino i toni si smorzano e si ode un fitto confabulare tra i due rimasti: - Stanotte non siete stati molto proficui, dovrò detrarti qualcosa dal rimborso spese stavolta - fa la madre sogghignando, mentre il ragazzo sale e pepe continua a pucciare la sua polenta con rassegnata indifferenza.
Nonostante fosse un tipo piuttosto sveglio, Oscar non poteva immaginare quanto fosse accaduto realmente in cucina. Era uno “sbandato” sì, ma alla meno peggio cercava di prendersi cura dei suoi affetti, come quel pettirosso rinvenuto in mattinata le cui condizioni sembravano pian piano già migliorare.
Il giovane stava attraversando un cosiddetto momento “no”. Si affacciava all'età adulta ma aveva ancora le scarpe da tennis infangate e le mani sporche di marmellata... non solo metaforicamente parlando. Si era preso un anno sabbatico per riflettere, in attesa di un segno che latitava. Ci si può lasciare tutto alle spalle e sfidare la vita ma se non hai degli alleati con molta probabilità cadrai sul campo.
In realtà i genitori di Oscar, che era sempre stato un soggetto stravagante e non aveva mai legato molto con i suoi coetanei, avevano ingaggiato da qualche tempo l'“amico” a mo' di badante, una sorta di “controllore”, perché, malgrado tenessero a lui, non si fidavano della sua condotta e volevano tenerlo d'occhio. Il nostro, dal canto suo, era ignaro di tutto e pensava di aver trovato finalmente qualcuno che lo capisse.
Ancora provato per la levataccia, Oscar viene rapito, fuori orario, da Morfeo che gli inizia a mettere strani pensieri in testa. Le sue insicurezze si palesarono quel pomeriggio in un sogno ancor più strano del solito: una corsa campestre, Oscar partecipa con la pettorina numero ventidue. Allo start una mandria di podisti si affretta verso il traguardo ma lui, che non era mai stato uno sportivo, né nella vita reale e tanto meno nella fase rem, se la prende con tutta calma come fosse una passeggiata, inevitabilmente però perde il resto del gruppo, uscendo dal percorso. Si ritrova in una foresta: vegetazione fitta e versi di esseri tutt'altro che rassicuranti. - Aiuto! Mi sono perso, c'è nessuno? -.
Il ragazzo sente una macchina partire a tutto gas, ma quando riesce a tornare sul sentiero è troppo tardi, l'auto sgomma via, Oscar fa in tempo solo a leggere le ultime due cifre della targa: uno e sette, mentre si accorge che dalla vettura qualcuno si sta avvicinando minacciosamente...
Cip-cip! Oscar viene svegliato di soprassalto dal pettirosso che da una vecchia scatola di scarpe, adibita a giaciglio, inizia a cantare mentre una goccia di sudore freddo scende giù lungo la schiena del ragazzo.
Ancora un po' agitato controlla l'orologio: ha dormito tutto il pomeriggio ed è tardi, deve prepararsi per scendere a fare il solito giro domenicale in periferia. Fuori di casa c'è già “Lui” che aspetta in macchina. Oscar non aveva mai fatto caso alla targa ma, saltando in auto, con la coda dell'occhio legge: 260217 - Uhm... - pensa – Coincidenza? -
L'aria in auto inizia a farsi stranamente pesante, quando Oscar, come spesso capita, parla del suo incubo al compagno, osservando che anche la macchina del sogno aveva le ultime due cifre uguali a quelle della sua utilitaria - E allora? Dai scendi, qui c'è quel pazzo. Fai presto, io ti aspetto un po' più avanti! -
Era la casa di un vecchio antipatico che non ci stava a farsi disturbare pacificamente, più di una volta i due ragazzi se l'erano vista brutta. Oscar, ancora perplesso per la risposta acida dell'"amico", butta giù un sorso di whisky scadente per frasi coraggio e scende dall'auto, deglutisce nervoso mentre la brezza serale comincia a pungergli le guance. Il dito tremolante si accinge a suonare il campanello con su scritto: “Sig. Insofferente”... (rullo di tamburi) – Ah, ti ho sgamato piccolo bastardo! Ti aspettavo da una settimana! - Insofferente grida dalla finestra brandendo un fucile da caccia. Oscar, in preda al panico, scappa a gambe levate verso l'auto – *Biiip*, scappiamo è armato! - Bang! Oscar cade a terra ferito al braccio, chiede aiuto ma l'auto ingrana la quarta e si fa sempre più piccola. Sullo sfondo un tramonto rosso come il sangue e, mentre tutto il disegno prende forma nella sua testa, i sensi lo abbandonano. Resta lì, accasciato al suolo con il sale sulla coda a subire l'ennesima batosta che la vita gli ha riservato.
Intanto, dalla finestra socchiusa della sua stanza, il pettirosso, ripresosi, spicca il volo verso l'infinito... almeno lui.
Al volante c'è il fido compagno di sempre. D'indole mite e stazza corpulenta, con folta chioma brizzolata nonostante la giovane età. Perfetta spalla per un personaggio come Oscar: un giovane che molti potrebbero etichettare come fanfarone forse, ma si fa sempre fin troppo presto a dare giudizi.
Alle prime luci dell'alba, salutato il taciturno compagno dopo essersi vantato mai abbastanza delle sue gesta, evidentemente alterato, Oscar si avvia verso l'ingresso di casa. Nei pochi metri che lo separano dall'uscio gli sembra di udire un flebile rantolo, un verso, o meglio un cinguettio straziante. Un pettirosso con un'ala ferita. Nonostante Oscar non sia mai stato un buon samaritano, prova da subito empatia per il volatile in difficoltà e gli presta le prime cure.
I genitori del nostro protagonista sono due individui che definire “sopra le righe” può sembrar riduttivo. I rispettivi ruoli familiari sono invertiti ormai da tempo. Lui, un grassone bontempone calvo e con la mania di travestirsi, esercita in casa, per di più in nero e con alterna fortuna, il dubbio mestiere di cartomante facendosi chiamare Marcella da quando il suo unico figlio ne ha memoria. La mamma di Oscar invece, donna dal carattere forte e lineamenti mascolini, coltiva interessi che poco si addicono all'universo femminile, nonostante ufficialmente sia una casalinga.
La famiglia riusciva ad arrivare a fine mese grazie ai proventi dei diritti di riproduzione, ereditati dal defunto nonno paterno (o sarebbe meglio dire materno?), sul tipico suono di campanello: “drin!” che, il padre della drag queen, acquistò per pochi spiccioli ad una fiera di paese.
Con l'avvento dei citofoni però, l'utilizzo del campanello era andato scemando ed ora toccava ad Oscar, coadiuvato dal brizzolato amico (di cui non conosciamo il nome), portare avanti l'unica forma di sostentamento familiare.
Uscivano di notte “andando per campanelli” disturbando perfetti sconosciuti dall'imbrunire fino all'alba così da incassare un cospicuo assegno mensile sullo sfruttamento dei diritti di quello stridulo suono.
Ma perché non farlo di giorno? Potreste chieder voi, acuti lettori. Beh, il fatto è che, quando non era a letto causa ore piccole, Oscar prestava servizio presso un'agenzia pubblicitaria. Volantinaggio eh, non chissà quale incarico di responsabilità, intendiamoci. Ma a lui bastava quel minimo per essere indipendente. Inoltre questo lavoro gli permetteva, seppur solo in parte, di continuare le sue mansioni notturne anche alla luce del sole. Come se non bastasse il nostro eroe era appiedato visto che in famiglia non potevano permettersi un mezzo di locomozione con le poche entrate dei diritti sul “drin!” e le offerte di qualche sprovveduto arrabattate dalla cartomante Marcella. E per questo, era dipendente dall'utilitaria demodé del suddetto “penna bianca”.
L'orologio digitale della radiosveglia segna le 11.11. Per fortuna oggi è domenica ma, nonostante Oscar possa godersi qualche ora in più di meritato riposo viene disturbato dal mormorio di creduloni riunitisi in sala da pranzo in attesa di essere ricevuti, nell'adiacente ripostiglio adibito a studio, dalla “divina” Marcella. Sfatto e frastornato il giovane si avvia verso il cucinino, passando dalla sala da pranzo, masticando turpiloqui a bocca aperta indirizzati agli sfigati avventori. Ad aspettarlo davanti ai fornelli “l'uomo di casa”, quella madre che nemmeno ci provava a cucinargli qualcosa di diverso, continuando a servirgli, come tutte le mattine, il solito brunch a base di caffè latte e polenta istantanea sempre troppo sapida.
Non si sentiva per nulla a suo agio in quella casa di matti Oscar, nonostante ci avesse provato a cambiare aria per inseguire i suoi sogni, le sue paure tornavano sempre a fargli visita, manifestandosi negli strampalati incubi che lo assillavano ma dei quali non riusciva a far parola con nessuno ad eccezione del suo unico amico.
- Ah, eccolo! La prossima volta suona il campanello, stupido! -
- Ehm, ma era aperto... - Addio tranquillità: la solita ramanzina quotidiana a spese di “Mister White”. La scena sblocca la costipazione mattutina del nostro Oscar: - Vado in bagno... non usate l'acqua calda! -
Marcella è ancora di là con gli ultimi clienti, mentre dal cucinino i toni si smorzano e si ode un fitto confabulare tra i due rimasti: - Stanotte non siete stati molto proficui, dovrò detrarti qualcosa dal rimborso spese stavolta - fa la madre sogghignando, mentre il ragazzo sale e pepe continua a pucciare la sua polenta con rassegnata indifferenza.
Nonostante fosse un tipo piuttosto sveglio, Oscar non poteva immaginare quanto fosse accaduto realmente in cucina. Era uno “sbandato” sì, ma alla meno peggio cercava di prendersi cura dei suoi affetti, come quel pettirosso rinvenuto in mattinata le cui condizioni sembravano pian piano già migliorare.
Il giovane stava attraversando un cosiddetto momento “no”. Si affacciava all'età adulta ma aveva ancora le scarpe da tennis infangate e le mani sporche di marmellata... non solo metaforicamente parlando. Si era preso un anno sabbatico per riflettere, in attesa di un segno che latitava. Ci si può lasciare tutto alle spalle e sfidare la vita ma se non hai degli alleati con molta probabilità cadrai sul campo.
In realtà i genitori di Oscar, che era sempre stato un soggetto stravagante e non aveva mai legato molto con i suoi coetanei, avevano ingaggiato da qualche tempo l'“amico” a mo' di badante, una sorta di “controllore”, perché, malgrado tenessero a lui, non si fidavano della sua condotta e volevano tenerlo d'occhio. Il nostro, dal canto suo, era ignaro di tutto e pensava di aver trovato finalmente qualcuno che lo capisse.
Ancora provato per la levataccia, Oscar viene rapito, fuori orario, da Morfeo che gli inizia a mettere strani pensieri in testa. Le sue insicurezze si palesarono quel pomeriggio in un sogno ancor più strano del solito: una corsa campestre, Oscar partecipa con la pettorina numero ventidue. Allo start una mandria di podisti si affretta verso il traguardo ma lui, che non era mai stato uno sportivo, né nella vita reale e tanto meno nella fase rem, se la prende con tutta calma come fosse una passeggiata, inevitabilmente però perde il resto del gruppo, uscendo dal percorso. Si ritrova in una foresta: vegetazione fitta e versi di esseri tutt'altro che rassicuranti. - Aiuto! Mi sono perso, c'è nessuno? -.
Il ragazzo sente una macchina partire a tutto gas, ma quando riesce a tornare sul sentiero è troppo tardi, l'auto sgomma via, Oscar fa in tempo solo a leggere le ultime due cifre della targa: uno e sette, mentre si accorge che dalla vettura qualcuno si sta avvicinando minacciosamente...
Cip-cip! Oscar viene svegliato di soprassalto dal pettirosso che da una vecchia scatola di scarpe, adibita a giaciglio, inizia a cantare mentre una goccia di sudore freddo scende giù lungo la schiena del ragazzo.
Ancora un po' agitato controlla l'orologio: ha dormito tutto il pomeriggio ed è tardi, deve prepararsi per scendere a fare il solito giro domenicale in periferia. Fuori di casa c'è già “Lui” che aspetta in macchina. Oscar non aveva mai fatto caso alla targa ma, saltando in auto, con la coda dell'occhio legge: 260217 - Uhm... - pensa – Coincidenza? -
L'aria in auto inizia a farsi stranamente pesante, quando Oscar, come spesso capita, parla del suo incubo al compagno, osservando che anche la macchina del sogno aveva le ultime due cifre uguali a quelle della sua utilitaria - E allora? Dai scendi, qui c'è quel pazzo. Fai presto, io ti aspetto un po' più avanti! -
Era la casa di un vecchio antipatico che non ci stava a farsi disturbare pacificamente, più di una volta i due ragazzi se l'erano vista brutta. Oscar, ancora perplesso per la risposta acida dell'"amico", butta giù un sorso di whisky scadente per frasi coraggio e scende dall'auto, deglutisce nervoso mentre la brezza serale comincia a pungergli le guance. Il dito tremolante si accinge a suonare il campanello con su scritto: “Sig. Insofferente”... (rullo di tamburi) – Ah, ti ho sgamato piccolo bastardo! Ti aspettavo da una settimana! - Insofferente grida dalla finestra brandendo un fucile da caccia. Oscar, in preda al panico, scappa a gambe levate verso l'auto – *Biiip*, scappiamo è armato! - Bang! Oscar cade a terra ferito al braccio, chiede aiuto ma l'auto ingrana la quarta e si fa sempre più piccola. Sullo sfondo un tramonto rosso come il sangue e, mentre tutto il disegno prende forma nella sua testa, i sensi lo abbandonano. Resta lì, accasciato al suolo con il sale sulla coda a subire l'ennesima batosta che la vita gli ha riservato.
Intanto, dalla finestra socchiusa della sua stanza, il pettirosso, ripresosi, spicca il volo verso l'infinito... almeno lui.

